Frenzy
Unkle Kook | 2026 | DIGITALE | VINILE
Frenzy non è un disco: è un campo di forze.
Gli Unkle Kook aprono una crepa e ci infilano dentro dieci brani come schegge, prodotti da Brutture Moderne, che qui fa più il ruolo dell’innesco che quello del rifinitore.
Frenzy è il rumore di fondo di un’epoca che accelera senza sapere dove sta andando, è il battito irregolare di una società che confonde la velocità con il progresso.
Lato A come un’esca lucida: Oh yeah oh no ti prende per entusiasmo e te lo rigira contro, Canned tuna sa di sopravvivenza industriale, Asafa corre con il fiato corto, Albino chameleon cambia pelle senza mai mimetizzarsi davvero, The wedding celebra un’unione che sembra già una resa.
Il Lato B affonda il coltello e lo lascia lì. Doll dohl parla di corpi trasformati in merce, Frankly è una confessione senza assoluzione, Romeo in Istanbul sposta l’amore dentro una geografia instabile, Surfolero non cavalca onde ma macerie, Gibraltar è un confine che pesa più di quanto sembri.
In questo disco il mondo è un sistema in escalation permanente: conflitti che si moltiplicano, tensioni che non esplodono mai del tutto ma restano sospese, come una sirena lontana che non smette di suonare.
Frenzy è politico perché rifiuta la neutralità. È radicale perché non cerca consolazione. Qui i ricchi diventano sempre più ricchi fino a perdere consistenza, i poveri sempre più poveri fino a diventare invisibili, e in mezzo resta una folla che balla sull’orlo, ipnotizzata dal movimento. Gli Unkle Kook non offrono soluzioni, ma tolgono il sonno: trasformano la disuguaglianza in ritmo, la rabbia in struttura, la confusione in linguaggio. Frenzy è la colonna sonora di un presente che ha smesso di chiedere permesso.



